A Roma, la questione dei dehors continua a tenere banco, trasformandosi in una saga infinita tra burocrazia, normative complesse e la pressante esigenza di rilanciare le attività commerciali. La notizia che quasi 1.800 locali sono ancora fuori regola rispetto alle concessioni per l’occupazione di suolo pubblico non è solo un dato allarmante, ma una spia rossa che illumina le difficoltà di una città che fatica a trovare un equilibrio tra decoro urbano, vivibilità e sostegno all’economia.
Il dibattito si è riacceso con veemenza dopo le ultime proroghe e le nuove normative che avrebbero dovuto fare chiarezza. Eppure, la realtà è ben diversa. Molti gestori, strette tra la voglia di offrire uno spazio all’aperto alla propria clientela e la paura di sanzioni, si ritrovano in un limbo normativo. La proroga delle concessioni “Covid” al 30 giugno 2024 è stata un sospiro di sollievo temporaneo per molti, ma ha anche dilazionato il problema, senza risolverlo alla radice. Ora, la scadenza incombe e la necessità di presentare nuove domande, conformandosi alle regole ordinarie, è diventata una priorità.
Ma cosa significa “fuori regola” per un dehors a Roma? Non si tratta solo di una concessione scaduta. Spesso, il problema risiede nella mancata conformità alle dimensioni, ai materiali, al design e all’impatto visivo stabiliti dalle delibere comunali. L’obiettivo delle nuove norme, infatti, era proprio quello di disciplinare un fenomeno cresciuto in maniera disordinata durante la pandemia, quando la necessità di spazi esterni per il distanziamento sociale aveva portato a una proliferazione selvaggia di tavoli e sedie su marciapiedi e piazze.
Il difficile equilibrio tra decoro e opportunità
Il nodo gordiano è rappresentato dal tentativo di conciliare due esigenze spesso contrapposte: il decoro urbano e la fruibilità degli spazi pubblici da un lato, e la necessità per le attività commerciali di avere spazi esterni che generino profitto e creino un’atmosfera vivace. Roma, con la sua ricchezza storica e architettonica, è particolarmente sensibile a questo equilibrio. Un dehors può valorizzare una piazza, creare un punto di aggregazione, oppure deturpare un monumento, intralciare il passaggio pedonale o creare rumore e disturbo.
Le richieste di maggiori verifiche e controlli da parte delle autorità e delle associazioni di categoria sono più che legittime. Non si tratta di una “caccia alle streghe”, ma dell’esigenza di riportare ordine in un settore che, se non regolamentato, può generare disuguaglianza e anarchia. I gestori che hanno investito tempo e denaro per adeguarsi alle normative si sentono penalizzati dalla presenza di chi, invece, opera in violazione delle regole, magari godendo di un vantaggio competitivo sleale.
Dall’altro lato, non si può ignorare il peso della burocrazia. Il processo per ottenere una concessione ordinaria per un dehors è spesso lungo, complesso e oneroso. Richiede la presentazione di progetti dettagliati, il rispetto di vincoli paesaggistici e urbanistici, e l’ottenimento di pareri da diversi enti. Questo iter, se non snellito e chiarito, può scoraggiare gli operatori virtuosi e incentivare chi preferisce rischiare l’irregolarità.
La questione dei dehors è, in ultima analisi, uno specchio delle sfide che Roma deve affrontare per modernizzarsi e diventare una città più efficiente e accogliente. È necessario un dialogo costante tra l’amministrazione comunale, i commercianti e i cittadini per trovare soluzioni che rispettino il patrimonio della città, garantiscano la vivibilità degli spazi pubblici e sostengano al contempo le attività economiche, motore pulsante della vita cittadina. Le sanzioni, i controlli e le ispezioni sono strumenti necessari, ma devono essere affiancati da una maggiore chiarezza normativa, da procedure semplificate e da una comunicazione efficace. Solo così si potrà superare l’attuale fase di incertezza e garantire che i dehors romani siano non più un problema, ma un valore aggiunto per la Capitale.